La Segreta Cura
Questo è un libro che cambia la prospettiva sulla vita e sulla malattia.
Il cartaceo ha la potenza dell’intimità, ti porta dentro in un posto in cui -se vuoi- puoi fare pace con alcuni dolori che tutti portiamo dentro, chi più, chi meno.
L’audiolibro (a breve in tutte le cuffie) ha una marcia in più: la voce dell’autrice.
Nell’episodio ti parlo proprio di questo: dell’importanza della voce dell’autrice in questo audiolibro.
Abbiamo già parlato dell’autore che legge il proprio testo, perciò sai che credo che l’esperienza d’ascolto sia fortemente influenzata dalla sensibilità di chi legge ad alta voce.
Nessuna voce sarebbe stata meglio di quella di Raffaella, te lo assicuro, perché ho vissuto tutta la sua lettura in regia, fazzoletti alla mano, trovandomi così tante volte nei territori interiori a chiedermi “ma io come sto vivendo?” che ho la profonda convinzione che l’ascolto dalla sua viva voce abbia un che di catartico.
Tanto quanto il libro cartaceo, ben inteso, ma con quel quid in più dato dalla musicalità vibrante dell’autrice che, come in tutti i suoi testi, ha fatto un lavoro incredibile.
Il trucco c’è anche se non si vede: Raffaella legge ad alta voce ciò che scrive.
Ed ecco che, magicamente, tutto scorre naturalmente al leggio.
Mi ha fatto il grande regalo di sedersi mezz’ora in studio con me, tisana alla mano [anzi, caffè alla cicoria!] e chiacchierare della sua arte, della sua storia e di come l’arte, il più delle volte, è quella soglia che attraversiamo per vivere il mondo con occhi più nuovi, più nostri.
Il suo libro è uscito il 14 aprile e sul suo sito trovi date e appuntamenti per incontrarla.
Qui puoi ascoltare l’intervista integrale che, per comodità, riporto trascritta subito sotto.
Valentina: E oggi quindi abbiamo con noi Raffaella Romagnolo. Ciao Raffaella!
Raffaella Romagnolo: Buongiorno, grazie per questa piacevole occasione.
Valentina: Tra l’altro quando dico “qui oggi” intendo proprio qui, perché siamo nello stesso studio.
Raffaella Romagnolo: Esatto, un posto a cui ho, diciamo, mi sono ormai affezionata. Quindi adesso che la lettura del libro è terminata, come farò? Adesso che è diventato un rito molto piacevole venire in questo luogo.
Valentina: Lo ripetiamo quando vuoi! Senti, noi appunto abbiamo appena finito di registrare l’audiolibro. Questa intervista uscirà ben dopo l’uscita del libro, perciò ti chiedo questo: che cosa abbiamo registrato? Chi è Raffaella Romagnolo e che audiolibro abbiamo registrato?
Raffaella Romagnolo: Allora, io sono una scrittrice, normalmente scrivo libri di fiction, come si dice. Insomma, questa volta però, dopo un considerevole numero di romanzi, devo dire ho deciso di dedicarmi a qualcosa che mi riguarda più intimamente. Diciamo che la storia che racconto è la mia, si può dire, e in particolare ho provato a raccontare — cioè ho provato a utilizzare gli strumenti della letteratura, quelli che in questi anni ho cercato di mettere a punto, di affinare — ho cercato di applicarli a ciò che mi è successo negli ultimi trent’anni. E in particolare a quella che è stata una relazione ormai quasi trentennale con la mia malattia, che è la sclerosi multipla. Quindi è stato un esperimento un po’ particolare data la mia storia autoriale, perché io non ho mai praticato quella che normalmente si chiama autofiction. Però, non so, forse è l’età, non so, ho sentito la necessità di provare ad applicare quel tipo di sguardo, che è lo sguardo letterario, sulla mia vicenda. Questo perché anche negli anni mi sono resa conto di come la letteratura sia uno strumento conoscitivo molto potente. E quindi provare, come dire, ad applicare a qualcosa che mi era successo — e noi tutti abbiamo nei riguardi di ciò che ci accade, insomma, molte domande, no? Uno sguardo di meraviglia, se vuoi, di inquietudine spesso — ecco, provare ad applicarlo lì mi sembrava, ecco, una cosa da fare.
Valentina: Quindi questo libro parla di te.
Raffaella Romagnolo: Sì, parla di quello che mi è successo a partire dal dal 18 di giugno del 1998. Avevo 27 anni ed è stato quando mi hanno diagnosticato la sclerosi multipla. Ovviamente è stato un grande colpo, come lo sarebbe nella vita di chiunque, no? Una diagnosi di malattia cronica, malattia per cui non esiste una cura risolutiva. E quando sei, così, si dice con frase brutta e trita, “nel fiore degli anni”. Però effettivamente l’età d’esordio tipica di questa malattia è quella, quindi giovani donne, per intenderci. Perché è anche una malattia più connotata a livello di genere: naturalmente colpisce anche gli uomini, però percentualmente sono più le donne a essere colpite nel momento in cui hanno appena cominciato a diventare adulte.Io ero sposata da poco, andavo anche forte in montagna, quindi il fatto di avere una relazione con il mio corpo fisico, mi vien da dire, era molto forte. Stavo facendo un dottorato in scienze letterarie, quindi ero, come dire, in una condizione di pieno sboccio. E insomma, fare i conti a quell’età con quella che però è la condizione umana, che è una condizione di fragilità, di caducità, di mortalità anche, insomma, è un bel passaggio. E meritava secondo me di essere raccontato, appunto.
Valentina:E attraverso quindi la scrittura, che definiamo propriamente un’arte, è cambiato il tuo rapporto con la malattia?
Raffaella Romagnolo: Beh, diciamo che ha fatto il suo lavoro. Cioè, ogni volta anche scrivendo un romanzo ho sempre l’impressione di fare un viaggio, e al termine del viaggio ne esco che qualcosa in più: ho capito del tema che affronto nel romanzo, del periodo storico (io spesso ho scritto romanzi ambientati nel passato). È sempre un viaggio da cui esco arricchita di consapevolezza, o perlomeno ho questa impressione. Che poi è un po’ l’impressione che si ha anche da lettori, no? Un libro, se è un buon libro, ti cambia, ti dà qualcosa di consapevolezza di te o del mondo o di tutte e due le cose in più. E questo processo capita anche a chi lo scrive, se si scrive con onestà e non si confezionano prodotti attesi già in partenza, no? Ecco, e allora quindi la risposta è sì. In qualche modo ho la sensazione di essere riuscita a mettere più a fuoco alcuni passaggi della mia vita e quindi in qualche modo anche di aver fatto pace con alcune decisioni prese attraverso... attraverso la scrittura. Sì, ho la sensazione di aver capito un po’ meglio. La vita è una roba complessa, non c’è solo la malattia, poi questo lo si dice ma non è un luogo comune, cioè non siamo naturalmente solo la nostra malattia. E quando tu scrivi di una cosa del genere inevitabilmente tagli dei pezzi anche grandi della tua vita. Questa è l’operazione che fai: cerchi di star concentrata su quell’argomento, su quel “problema”, su quel tema. E quindi tante cose sono rimaste fuori, però quello che è entrato nel libro adesso è più a fuoco dentro di me. Ecco.
Valentina: La scrittura “di sé” però per gli altri, può essere in qualche modo vista anche come un’opportunità per riscrivere qualcosa di noi?
Raffaella Romagnolo: Hai fatto un piccolo inciso molto importante: “la scrittura di sé per gli altri”. Spesso si dice che la scrittura è anche terapeutica, no? E io non contesto questa asserzione che viene spesso ripetuta, dicendo “scrivi di te, capisci meglio i tuoi sentimenti, riesci a esprimerli meglio”. Io non discuto su questo. La scrittura per gli altri, la scrittura se vuoi professionale o il tentativo con tutti i nostri mezzi di fare letteratura, cambia la prospettiva in qualche modo. Perché da una parte permane in questo tipo di pratica l’impulso originario,che è quello espressivo, cioè esprimere sé stessi attraverso un’arte che è quella della scrittura. Dall’altra però questo tipo di attività è eminentemente comunicativa. Devi avere ben presente il fatto che s’invera il libro, il testo che stai scrivendo, nel momento in cui incontra lo sguardo del lettore, la sua interiorità, i suoi desideri, le sue curiosità. Ecco, è dall’incontro tra queste due cose che nasce il libro…e adesso mi sono dimenticata la domanda, però 😂
Valentina: Un bel guaio perché te l’ho fatta così, di cuore, di pancia. e non ce l’avevo scritta! 😂 Ti stavo chiedendo se secondo te la scrittura di sé per gli altri in qualche modo è anche catartica per riscrivere...
Raffaella Romagnolo: Ah, per riscriversi! Che è una bella cosa. Beh, certamente. C’è un passaggio nel libro che io devo però a un altro autore, che si chiama Nicola Gardini e che ha scritto molto sul rapporto malattia-letteratura. Effettivamente scrivendo di questa cosa mi sono sentita diventare autrice nel senso più pieno, cioè se non della mia vita,almeno della mia malattia. Cioè di essermi impossessata in un modo diverso di una cosa che mi riguarda da vicino ma che in qualche modo ho sempre vissuto come molto legata alla relazione, per esempio, con i medici. È un’acquisizione di consapevolezza un libro del genere. Io spero anche per chi lo leggerà. Cioè, in qualche modo il responsabile della propria salute sei tu. E costruirsi questa consapevolezza secondo me è un grosso aiuto. Perché naturalmente la relazione con chi ci aiuta a star bene: i medici o in generale le figure sanitarie che incontri quando per decenni -vivi con una malattia cronica eccetera- sono tanti e sono tutti importanti. Ma è importante non perdere la centratura sul fatto che il responsabile però della tua salute innanzitutto sei tu, e che tante cose sono decisioni comunque tue. Scrivere questo libro — cioè mettere in fila anche tutto quello che è accaduto — secondo me mi ha reso in questo senso un pochino più forte, un pochino più sintonizzata su questa dimensione. Meno in balia, diciamo così, di ciò che accade. Magari è illusoria, però è un bel “stare”. Ecco.
Valentina: E qualora fosse illusoria, ti do questo feedback da persona che ha un altro tipo di malattia da 25 anni, quindi un tempo abbastanza utile e vicino anche al tuo in qualche modo. Leggendo e ascoltando — perché io l’ho letto e poi sono stata con te in studio a registrarlo — e percependo la cura e l’amore che tu hai messo nello scrivere di te, della tua storia (ripeto, per te ma per gli altri, di te ma per gli altri), in qualche modo ho avuto dentro il sano stimolo a riscrivere anche parte della mia. Gli input che tu dai sulla riflessione molto più generica su di sé, su come si affronta la malattia, su come cambia la propria vita, su come modifica il futuro in arrivo (e te ne accorgi solo quando sei nel passato inoltrato di come quel futuro è stato modificato)... ecco, questo se era nelle tue intenzioni è arrivato fortissimo. E in risposta ad una semplice, fra virgolette, lettura del libro, io mi sono sentita meno in balia. Proprio perché ho visto nella tua trasposizione sul testo la possibilità, cioè: si può fare. Si può scrivere, legittimare una storia, sentirsi meno soli anche attraverso l’esperienza di qualcun altro in un altro contesto, in un’altra malattia, ma soprattutto il diritto di raccontare la propria storia e il piacere di condividere la propria storia crea forza nelle altre persone che ne hanno bisogno. Quindi questo te lo do come feedback da lettrice.
Raffaella Romagnolo: Questo, diciamo, non era negli intenti iniziali, nel senso che... io a un certo punto ho capito che quella che avevo vissuto era una storia. E l’ho capito -lo scrivo subito all’inizio- perché sono stata sottoposta a un’intervista da parte di un’antropologa medica che mi ha fatto raccontare cosa mi era successo in questi anni per motivi di studio suoi. Lei faceva una tesi dedicata proprio al percorso terapeutico dei malati di sclerosi multipla. E raccontando a lei, io mi sono accorta che quella roba lì era una storia. Mi sono accorta di questa cosa da scrittrice. Wow! Cioè, ho detto: questa cosa è una storia che ha quella caratteristica di essere condivisibile con gli altri. Perché questa è una buona storia. Una buona storia non è solo la cosa che esprime quello che hai vissuto o che ti interessa perché ti interessa esprimerti in quel modo lì. Una buona storia ha delle potenzialità comunicative, cioè può arrivare a qualcun altro e in qualche modo, intercettarne dei bisogni. Allora, io ho riconosciuto in quella roba lì che stavo raccontando la potenzialità di essere una storia nel modo in cui ti ho raccontato. E quindi mi fa piacere questo tipo di feedback, anche se non era preventivato in questi termini. Una cosa che mi ha detto un’altra delle prime lettrici del testo, che mi ha fatto molto piacere è questa: che ha ripensato in modo diverso a una cosa che io racconto nel testo. Io ho costruito il mio testo sul mio — chiamiamolo con voce pomposa — “archivio medico”. Cioè, tutti i certificati, tutti i referti, le lastre, gli esami del sangue di questi anni io li ho conservati. Non proprio tutti, ma insomma in grandissima parte occupano un bel po’ di spazio nel mio armadio quella roba lì. E quindi quello che ho scritto è basato proprio sulla consultazione e l’analisi di questi documenti. Quindi cose vere, fatti veri che sono accaduti. Una lettrice, una delle prime lettrici, mi ha proprio detto: “Io ho riconsiderato diversamente il mio archivio medico, perché tante persone conservano gli esami che hanno fatto, non necessariamente le persone che hanno una malattia da tenere sotto controllo”. E mi ha detto: “Ho riconsiderato proprio in modo diverso il fatto che lì dentro ci fosse una storia, che ci fossi, in altri termini, io. Io. Un punto di vista su di me che non avevo considerato”. E questa è una cosa che mi ha molto toccato quando me l’hanno detta, insomma. È vero, attraverso quell’esperienza lì scopriamo delle cose di noi.
Valentina: Ti faccio un’analogia, è un po’ come quando ascoltiamo una canzone che ha scritto un autore perché probabilmente aveva bisogno di buttare in musica e in parole qualcosa, tu senti quel passaggio, musica e parole che siano, e ti dici: “Caspita!”.
Raffaella Romagnolo: “E ti parla!”
Valentina: “Parla di me, potrei averla scritta io”. Perché è ovvio che noi conosciamo l’altro attraverso la sua storia, ma poi inevitabilmente c’è quella parte egoistica forse, egoica di noi, che ci fa dire: “Ci sono anch’io qui dentro”. E ti ci ritrovi.
Raffaella Romagnolo: Ma perché c’è un fondo di umanità comune! E quindi se un artista riesce a intercettare dentro di sé questa specie di seme comune e poi dall’altra parte ci sono gli ascoltatori di una canzone, è una pratica dell’arte che ritrovano, che riconoscono. Ma non credo che sia un fatto egoico, credo che sia proprio che l’artista è riuscito a intercettare un elemento comune, a dargli una forma per te leggibile, per te riconoscibile, per te facilmente identificabile. Anzi, io credo che quello sia il lavoro degli artisti.
Valentina: Mi piace citare Rosenberg, però Marshall Rosenberg, non il Rosenberg che citi tu...
Raffaella Romagnolo: ... che cito nel libro...
Valentina: ... che è uno storico della medicina. E invece questo è uno psicoterapeuta, che ha portato avanti uno strumento chiamato “comunicazione non violenta” in cui si parla e ci si attacca a tutta la psicologia dei bisogni che arriva prima di lui ovviamente, al fatto che i bisogni che abbiamo universali sono pochi e sono condivisi. Quindi forse si parla una lingua del bisogno nell’arte che arriva sotto pelle molto più facilmente.
Raffaella Romagnolo: Sì, sono d’accordo su questa cosa e credo che sia, ecco, il terreno di gioco degli artisti, quello. Fantastico! Poi naturalmente ognuno ha la sua poetica, ognuno può essere interessato o anche in momenti diversi della propria vita interessato a concentrarsi su alcune cose. In questo caso io che, ripeto, ho sempre scritto romanzi di finzione anche con una forte apertura civile, mi vien da dire, no? In questo caso ho fissato lo sguardo sulla vicenda che mi era capitata, diciamo così. Però alla fine sento molto, cioè sento che c’è un filo comune tra tutto quello che ho fatto. Certo.
Valentina: Tornando al testo e all’arte del raccontare la storia, nell’esperienza di raccontare di sé, quindi, cambia qualcosa tra scrivere e leggere ad alta voce? Cioè, quando passiamo dal testo come medium e arriviamo invece alla voce, che cosa cambia? Cosa si deve modificare per arrivare al lettore o all’ascoltatore in questo caso?
Raffaella Romagnolo: Allora, il testo scritto è un testo che costruisce una relazione con chi legge... adesso dico una banalità, però proprio basato sulle parole scritte. E quindi su tutte quelle che sono le convenzioni legate alla scrittura: faccio un esempio, la punteggiatura. La punteggiatura lavora sul nostro cervello di lettori aiutandoci a entrare dentro il significato che l’autore ha voluto inserire nella frase, nel periodo eccetera. Ed è un modo di comunicare molto, mi vien da dire, asciutto quello attraverso la scrittura, dove tutta una serie di elementi che ci sono quando noi invece interagiamo di persona vengono assolutamente azzerati, completamente azzerati. Quindi, se tu puoi arrivare a comunicare qualcosa devi fare in modo di avere una scrittura che ingloba ciò che non è presente... ciò che è presente normalmente in una comunicazione di persona, e quindi il tono, addirittura gli ammiccamenti, no? Questo tipo di cose. Quindi è una scrittura in qualche modo che deve essere asciutta e nello stesso tempo molto ricca, molto autonoma. Quando tu vai a dirla questa cosa qua, quindi la registri per dirla, la leggi, ti riappropri di una serie di cose per le quali hai dovuto supplire scrivendo. E ti accorgi che è come se risultasse -il testo scritto- persino ridondante entro certi limiti. Quindi è stata un po’ una battaglia per me con il mio testo, nel senso che effettivamente c’erano delle parole che forse avrei potuto non dire perché il tono bastava per far arrivare il senso. E non solo, c’erano delle parole che invece avrei dovuto dire e che invece nella pulizia di un testo scritto sono state eliminate: faccio un esempio, le ripetizioni. Cioè, una fissa della revisione finale di un testo scritto è eliminare qualunque forma di ripetizione. Perché? Perché la scrittura risulta poi sciatta se c’è la ripetizione. Mentre invece quando noi parliamo le ripetizioni le usiamo molto di più, usiamo degli anacoluti a volte, e questi sono più efficaci nella comunicazione rispetto alla, come dire, alla linearità di un testo scritto. Quindi mi sono trovata in un rapporto agonistico con quello che avevo scritto, diciamo così. Ho cercato però di restare il più fedele possibile naturalmente al testo scritto, nella consapevolezza che nel caso dell’audiolibro chi segue le mie parole lo fa solo con le orecchie e non con gli occhi. E quindi in qualche modo dovevo cercare di restituire con la voce la medesima chiarezza che ho cercato di mettere nel testo scritto. Poi non essendo un’attrice ho un po’ faticato su questa cosa, quindi spero che siano tutti clementi. Di contro devo dire che c’è stato anche spesso qualche momento di emozione che speriamo che compensi emotivamente le carenze tecniche, diciamo così, della voce leggente, ecco.
Valentina: Direi che a prescindere i momenti emotivi arriveranno, posso garantire, i momenti emotivi arriveranno tutti. E questo secondo me è anche un po’ il plus di lavorare ad un proprio testo con una sensibilità particolare sulla voce che parla, quindi sulla parte sonora del testo, sulla messa in voce del testo, cosa che è indispensabile.
Raffaella Romagnolo: Ti posso dire una cosa che mi ha sorpreso? Una cosa che mi ha sorpreso facendo questo libro — cioè questo audiolibro — io sono partita pensando che bisognava fare la parte audiolibro e che tutto sommato, visto che questa era la mia storia scritta in prima persona, perché non provare a farlo io? Questo era l’atteggiamento iniziale. Quando ho cominciato a farlo mi sono resa conto che invece era qualcosa di più, quello che stavo facendo. Cioè, quella spinta, se vuoi artistica, sicuramente letteraria, che mi aveva spinto a scrivere il libro si stava estrinsecando in quel modo lì. Cioè, questo era una prosecuzione del lavoro che avevo iniziato scrivendo, che è una cosa molto diversa, una dimensione molto diversa. E quindi in questo senso è stato anche arricchente per me. E spero che questa roba passi nella lettura. Cioè, io un po’ l’ho riscritto leggendolo. Sì! Senza cambiare le parole non più di tanto, insomma, però l’ho un po’ riscritto, l’ho scritto in un altro modo.
Valentina: Certo. Comunque tu quando l’hai scritto lo leggevi ad alta voce per correggerlo, per sentire come suonasse…
Raffaella Romagnolo: Ho questa abitudine da sempre, perché la dimensione fonica o se vuoi più pomposamente musicale è importante nella scrittura. Anche se tutto avviene in modo silenzioso, no? La lettura è un’attività eminentemente silenziosa. E però il suono, il come suonano le parole è una dimensione della lettura. E quindi io che costruisco testi che sperabilmente saranno letti devo avere ben presente questo elemento. E ci sono a volte fai delle scoperte particolari: non so, se fai un po’ di analisi di quello che hai scritto, dici: “Ma questo pezzo funziona in modo particolare!”, poi fai un po’ di analisi e dici: “Ah beh, guarda un settenario! Oppure un endecasillabo!”. Cioè, poi ti accorgi che l’attenzione a quegli elementi lì — non prima, eh, ovviamente ti viene — però l’attenzione all’elemento ritmico-fonico, mettiamola così, della scrittura rende in termini poi di qualità della scrittura.
Valentina: L’istinto musicale!
Raffaella Romagnolo: Esatto!
Valentina: Che arriva nel testo passando dalla porta di servizio!
Raffaella Romagnolo: Si intrufola lì, dice: “Guarda! Eccolo lì un bel settenario! Eccolo lì un bel settenario!”.
Valentina: Che rapporto hai con la tua voce? Com’è stato sentirti registrare l’audiolibro?
Raffaella Romagnolo: Allora... come penso tanti, non ci si riconosce tanto. Anche solo nei vocali, no? Fai fatica a riconoscerti nella tua voce. Quindi questo lo diamo per livello base, ce l’abbiamo tutti. Poi nell’ultimo anno praticamente io ho avuto molti problemi di voce perché sono stata operata alla tiroide. Questo mi ha portato quasi a una completa afonia per un paio di mesi. Insomma, un anno fa ho avuto problemi piuttosto seri. Quindi l’idea di invece, diciamo, aver recuperato abbastanza voce per poterlo fare è stata anche per, diciamo, la mia autostima una cosa buona. Ci sono, ci sono, ce n’è ancora abbastanza di voce, insomma. Anche se temo che sia un po’ più bassa di come era un paio di anni fa, però va bene così. Accettiamo il cambiamento.
Valentina: Accettiamo il cambiamento! Senti, io che ti ho letta e seguita ho avuto veramente il piacere, ma ho interpretato nel tuo testo un forte concetto, quindi il mio sentire si è agganciato molto ad un concetto di legacy, di eredità. Chi poi avrà piacere di leggere e ascoltare il testo troverà forse in maniera molto chiara i punti che mi hanno dato questo gancio e sono punti secondo me condivisibili da tutti, ma mi è arrivato proprio così, come un forte abbraccio questo concetto di legacy. E allora ti chiederei se le storie che lasciamo sono una buona eredità? Cioè, possono davvero rendere migliori le persone e il mondo? E tu mi dirai: “E chi lo sa?”.
Raffaella Romagnolo: E chi lo sa! Esatto. Però se io guardo alla mia vita, le persone a cui voglio bene e i miei libri sono tutto quello che ho. E quindi in qualche modo... i rapporti di amicizia, di amore sono la cosa che posso pensare resti dopo di me per il tempo in cui altre persone che mi hanno voluto bene mi sopravviveranno. Allo stesso modo in cui restano vive dentro di me le persone che ho amato e che non ci sono più e che sono molto presenti in questo libro in effetti. E l’altra cosa sono i libri che ho scritto. E questi hanno una vita che è difficile da predeterminare, come anche le cose che lasciamo agli altri. Quando ce ne andiamo, che vita avranno dopo? Che cosa daranno agli altri? Non penso tanto, diciamo, all’eredità economica, penso proprio a quanto sono importanti certi oggetti che io ho conservato di persone care che poi se ne sono andate e che oggetti che hanno arricchito la mia vita. E quindi senza pensare, come dire, a una durata, no? All’idea: “Uno scrive perché scrive per i posteri, scrive per l’eternità”, cioè queste cose qua non mi muovono particolarmente. Però sono oggettivamente l’unica cosa che ho, che io sento importante della mia vita: le persone a cui voglio bene e i libri. E quindi bene se restano, bene se no... chi lo sa, insomma.
Valentina: Ebbene se una storia, anche trovata poi dopo, chissà quando, da chissà chi, in che momento storico (se ci saremo, se non ci saremo), se quella storia nutrirà in qualche modo un’altra persona o darà -per me le storie sono catalizzatrici di speranza- quindi, se darà quella scintilla di speranza che serve per credere in una possibilità diversa, in un “possibile”, per aprire la porta verso un possibile, sarà già un traguardo. Sarà già una buona eredità.
Raffaella Romagnolo: Ma io credo che... adesso lasciamo stare i miei libri, mettiamo da parte i miei libri, perché è solo il tempo che dà risposte su questa cosa. Però pensiamo ai libri che abbiamo amato di autori che non ci sono più e che magari sono diventati dei grandi classici e che abbiamo incontrato in tempi diversi della nostra vita, la lettura di grandi libri naturalmente è una roba molto viva. Cioè, nel momento in cui tu leggi — metti un nome di un autore a caso che piace a te, io metto Gabriel García Márquez, lo butto lì, ma ciascuno metta il proprio— nel momento in cui tu leggi dell’amore di Florentino Ariza per Fermina Daza ne L’amore ai tempi del colera,che sono due personaggi finti, di finzione, benché ricalcati sui genitori di García Márquez, e lui stesso è morto… ma tu mentre leggi sono tutti di nuovo vivi e tu sei vivo con loro. E questa roba è una roba miracolosa che fa la letteratura. E quindi va oltre, questo sì è un concetto pieno di eredità, perché è un’eredità di vita. Ecco, non so dirlo diversamente.
Valentina: Direi che sei stata chiarissima, più che chiarissima. Raffaella, io ti ringrazio tantissimo per questo tempo. Ci vuoi ricordare quando esce La segreta cura e dove e come ti possiamo seguire, dove e come ti possiamo trovare?
Raffaella Romagnolo: Allora, La segreta cura esce il 14 di aprile e da allora da quel momento in poi più o meno comincio magari un tour di presentazioni. Alcune date sono già fissate. Naturalmente si possono trovare — tengo il calendario aggiornato sul mio sito che è banalmente www.raffaellaromagnolo.it, insomma — e quindi girerò un po’ per portare il libro. C’è un progetto anche di farne un qualcosa di diverso, ma un po’ più avanti. Intanto, diciamo, i primi tempi serviranno a me a capire di cosa parla questo libro. Questo è un concetto a cui io tengo molto, cioè perché l’ho sperimentato dal primo libro in avanti. Quando un libro esce, tu che ne sei l’autore hai un’idea di come è fatto, di cosa c’è dentro; quando cominci a incontrare i lettori e quando fai una presentazione — almeno uno che l’ha letto c’è, che è quello che ti presenta, presumibilmente dovrebbe averlo letto, insomma nella maggioranza dei casi è così — allora cominci a capire quello che è effettivamente passato. E lì cominci a capire quello hai scritto, diciamo così. E quindi aspetto con ansia questo momento, dopodiché, insomma, qualche progetto evolutivo successivo di questo libro c’è. Ma per ora lasciamo lì appeso.
Valentina: E lasciamo anche lì l’invito, quando uscirà (perché la data precisa non l’abbiamo ancora) ad ascoltarlo.
Raffaella Romagnolo: Dell’audiolibro, sì, su Audible. Ma credo non molto oltre, insomma, l’uscita cartacea tradizionale. Dovrebbe essere più o meno lì, più o meno lì.
Valentina: Quindi grazie ancora davvero di cuore di questo tuo tempo, di queste tue parole e del libro che hai scritto.
Raffaella Romagnolo: Grazie, grazie Valentina, grazie di questa bella occasione.
Sono Valentina, sul web “La Musifavolista”
Vocal coach per cantastorie: voce parlata, lettura espressiva e canto.
Produco e narro audiolibri per case editrici, faccio tutoring e regia al leggio, sono tecnico di post-produzione di audiolibri e sono la quarta parte di Mettiamoci la Voce®.
Ho ideato e conduco i Circle Reading® Laboratori di Voce e Lettura Creativa.
Sono endorser per Flare Audio e uso i loro Calmer® per convivere con l’alta sensibilità uditiva -probabilmente misofonia- e questo link è con affiliazione perciò, se fai acquisti da qui, mi offri un caffè ☕️
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