Le regole della lettura espressiva

Scritto il 25/01/2026
da la_musifavolista

E tutti i modi per aggirarle in serenità.

Ce l’hai anche tu la zia, lo zio, l’amica, l’amico che fa quella ricetta pazzesca, che gli viene sempre buona uguale? Quella persona che pesa gli ingredienti con la bilancia da orafo così che sia tutto preciso all’atomo, perché sa che eseguendo la ricetta come un rito sacro otterrà la magia della tavola?

Ecco, di sicuro non sono io quella tua amica.

Perché io con le ricette faccio un casino: ogni volta cambio qualcosa anche -e soprattutto- se mi scrivo le doti precise. Perché ce l’ho proprio dentro quel gene di ribellione [stupido, eh? perché poi per le cose per cui dovrei ribellarmi non lo faccio con la stessa passione] che mi fa dire “no, voglio fare di testa mia!”.

Sono una pessima allieva attrice, perché persino le battute che mi scrivo da sola poi le cambio. Pensa che quando ero nel gruppo prog e scrivevamo noi i pezzi, mi spremevo l’anima per ideare le linee melodiche…e poi non le rispettavo, e ogni santa volta dovevo cambiare qualche pezzetto pur di non farle uguali.

È che proprio a me non va giù il dover fare le cose come me lo dice qualcun altro [m’è d’obbligo ripetere che è un gene stupido visto che lo facevo anche con me stessa] o come si usa, ed è ancora peggio se mi dice che “si fa così perché sì”. Ciao.

Ora partendo da questo presupposto puoi capire che quando sento parlare di “regole” nella lettura espressiva, mi sale il prurito fin nei capelli.

Perché, la lettura espressiva non ha regole?
E poi, chi sono io per parlarne? Bah, in realtà nessuno in particolare, però lavoro in questo settore quindi mi piace parlare di queste cose mescolando prospettive professionali e personali.

Da questa puntata/newlsetter vorrei che ti portassi a casa una riflessione profonda su come approcciamo (o rompiamo) le regole.

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Quando parliamo di regole nella lettura espressiva, molto più facilmente stiamo parlando delle regole di dizione -che è parte integrante della lettura espressiva- quindi quali sono queste regole?

Bene le regole interessano solo ed esclusivamente la pronuncia delle parole.
Quindi il fatto che la vocale sia aperta o chiusa, che la consonante sia sorda o sonora, che ci sia o meno il raddoppiamento fonosintattico e dove mettiamo le toniche.

Fine.
Regole di pronuncia.
Regole di pronuncia, che interessano l’ortoepia, una materia della dizione, non la totalità della dizione per ciò che rappresenta.

La dizione è il complesso di elementi che compongono la musicalità della voce che parla, che recita o che legge.

E se paragoniamo la musica alla lettura (cosa secondo me molto vera, tant’è che io dico che si canta il testo quando si legge ad alta voce) è immediato capire che le regole sono nella parte teorica della musica: le note, gli intervalli, le scale, giusto?
Non ci sono le “regole” del rock, del country o del pop.

Ecco, la teoria musicale sta all’ortoepia, come il genere musicale sta alla lettura espressiva (o alla recitazione o al public speaking).

Le famose regole sono solo quelle che stabiliscono come si pronunciano le lettere e le parole. Tutto ciò che esula da queste regole, sono norme, indicazioni, sono concetti più ampi nei quali vive una musicalità più individuale.

La frase interrogativa finisce con un innalzamento di tono”.
Sì certo, ma un innalzamento di quanto? Uguale per tutti? No, anzi.

Personalmente parlo di regole, canoni e codici stilistici.

I canoni, in questo caso, sono quelli che determinano le intonazioni e ritmi tipici della lingua di cui parliamo -quindi l’italiano- e sono concetti ampi, proprio perché le intonazioni sono individuali.

Chiedi a cinque persone diverse di dire, con corretta ortoepia, “ciao come stai?” e vedrai che avrai a che fare con cinque musicalità diverse, simili solo nell’intenzione musicale.

I canoni della dizione sono dunque condivisi, e sono quelli che danno una direzione comune al modo in cui suoniamo la voce nel parlato, nel recitato e sul testo.
Poi, però, ciascuno arriva in quella direzione a modo suo.

Dunque abbiamo: le regole, che sono specifiche, i canoni, che sono generici, e i codici stilistici, che sono personali.

Perché?
Perché dopo aver studiato le regole e assimilato i canoni, col tempo e con l’esperienza, sviluppi una serie di musicalità che sono tue, che fanno parte della tua applicazione sul testo e che tirano fuori la tua sensibilità.

E quel pacchetto di espressione/espressività, per me, sono i codici stilistici della persona.

Esattamente come per la cucina, come ti dicevo all’inizio.
Se faccio una torta di mele potrò giocare quanto voglio a personalizzarla bilanciando elementi e quantità, ma senza le mele e senza gli ingredienti base della mia torta, non avrò una torta di mele.

E qui persino il mio gene ribelle stupido non può darmi torto.
(che poi devo capire se il gene ribelle è ancora il Coniglio che fa il protagonista, la Salamandra che fa bastian contrario o è un animale ancora non identificato nella ciurma)

Quando senti parlare di regole di lettura espressiva, il più delle volte si starà parlando di regole di ortoepia e canoni di dizione (se così non è scappa a gambe levate).

Quindi la riflessione profonda che vorrei ti portassi a casa oggi è che è solo partendo dalla base di queste regole e questi canoni che possono nascere i codici stilistici che, a volte, sembrano quasi infrangere le regole o andarci in apparente dissonanza.

Non cambia molto dal discorso dell’uso della voce nel canto, ad esempio: impari la tecnica e poi giochi a infrangerla in perfomance.
Allo stesso modo, studi lettura espressiva e poi giochi a musicare il testo secondo il tuo stile e il tuo sentire.

Però non farti imbambolare dalle promesse facili: non basta una settimana o un weekend intensivo per trovare la tua voce narrante.
La lettura espressiva è l’arte del tempo, e servono tempo e applicazione per svilupparla.

Quando ricevo richieste tipo “ma se iscrivo in Academy miglioro?” io vivo un micro-momento di disagio interiore perché l’unica risposta che posso dare è “dipende”.

Dipende da te, da quanto tempo ci vuoi o puoi dedicare, da quanto ti metti in gioco e da quanto ti lasci contaminare dagli altri, perché da noi l’energia è sempre di gruppo, siamo 4 docenti e alle lezioni live c’è una media di 15/20 persone.

Sembra un cosa ininfluente, perché l’online ci ha abituato al concetto di far da soli nei ritagli di tempo, ma è proprio nel gruppo che c’è il grosso dell’esperienza condivisa, perché lì si genera lo scambio nutriente, lo spazio di riflessione, l’opportunità di porsi le domande giuste:

  • ma io come faccio quella cosa lì?

  • ma se provassi farla come lei/come lui?

  • ah ma guarda, questa roba si può fare anche così

  • no no, preferisco come faccio io

  • eccetera

E così i codici stilistici crescono, cambiano, si avvicinano sempre di più a ciò che vuoi e puoi portare in voce.

Che ora sembra tutto uno spottone all’Academy, ma in realtà da qualsiasi corso -tranne quelli che vanno in offerta a 1,90€- e da qualsiasi insegnante puoi trovare fertilizzante per la tua arte.

Come al solito il punto di vista che ti porto è il mio, tu come la vedi?

Ti risuona questa roba di regole, canoni e codici stilistici?
Nella tua esperienza ci sono altre verità?

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Sono Valentina, sul web “La Musifavolista”

Vocal coach per cantastorie: voce parlata, lettura espressiva e canto.
Produco e narro audiolibri per case editrici, faccio tutoring e regia al leggio, sono tecnico di post-produzione di audiolibri e sono la quarta parte di Mettiamoci la Voce®.
Ho ideato e conduco i Circle Reading® Laboratori di Voce e Lettura Creativa.

Sono endorser per Flare Audio e uso i loro Calmer® per convivere con l’alta sensibilità uditiva -probabilmente misofonia- e questo link è con affiliazione perciò, se fai acquisti da qui, mi offri un caffè ☕️

Ho un canale Youtube +5.9k, mi ascolti nel podcast Narratrice Nomade, legato a questa newsletter; ascolti le mia Letture Viandanti ogni giorno su Radio MLV.

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