Nel podcast smetti di fare l’autista, inizia a fare il pilota
Sandro Ghini
La dizione asettica è un pessimo investimento se sei un podcaster.
Se oggi punti tutto sulla pulizia formale e sulla neutralità della voce, stai commettendo un errore strategico: ti troverai a competere con l’intelligenza artificiale sul suo stesso terreno. L’IA è, per definizione, l’autista in livrea perfetto: ortoepia impeccabile, zero inflessioni, massima efficienza (se richiesto). Ma nel podcasting il tuo obiettivo non è trasportare passivamente un’informazione, è creare una relazione. E la relazione non passa dalla perfezione, ma dall’identità.
Cosa intendiamo, in pratica, con questa differenza?
L’autista è un esecutore: il suo compito è portarti da A a B senza farsi notare, annullandosi per non disturbare il passeggero. Se la sua voce è piatta e senza accenti, ha vinto.
Il pilota, invece, è quello che la strada “la sente”. È quello che sceglie la traiettoria, che accelera quando serve e che ci mette la firma in ogni curva.
Se l’autista è un servizio, il pilota è un’esperienza. Nel mercato di oggi, l’IA ha già vinto la gara dei servizi; a noi umani resta quella delle esperienze.
Per capire come essere piloti senza finire fuori strada, dobbiamo smontare la parola “dizione” e vedere cosa c’è dentro.
Spesso la usiamo come un unico blocco, ma per un podcaster è fatta di due anime diverse: l’ortoepia e l’articolazione
.
Parliamo dell’ortoepia. È quella parte tecnica che ci terrorizza, quella delle “e” e delle “o” aperte o chiuse correttamente. Se vuoi fare l’autista, l’ortoepia deve essere la tua ossessione perché devi essere invisibile. Ma tu sei un pilota e la tua dizione non deve essere un vestito stirato di fresco, deve essere la tua pelle.
In questo equilibrio, vale la legge di Pareto: l’80% della tua efficacia come podcaster non arriva dalla perfezione formale, ma dalla tua unicità. Ti basta curare quel 20% di ortoepia necessario a non essere fastidioso e a mantenere l’autorevolezza; il restante 80% deve essere territorio, carattere, vita. Se pulisci troppo la tua voce, togli il motivo per cui la gente sceglie te e non un sintetizzatore vocale.
C’è però un punto su cui non possiamo negoziare: l’articolazione. Se l’ortoepia è l’adesione ad uno standard, l’articolazione è lo strumento che ti permette di restare nei parametri dell’eufonia (intelligibilità, udibilità e coerenza). Significa muovere la bocca e scolpire i suoni per farti capire senza sforzo. Un pilota che non articola è un pilota che non riesce a gestire il volante: alla fine la macchina fa quello che vuole e l’impatto è inevitabile. Puoi avere l’accento più ‘sporco’ del mondo e trasformarlo nel tuo marchio di fabbrica, ma devi essere nitido. È proprio l’articolazione a fare la differenza tra una voce che ha carattere e una voce che, semplicemente, stanca l’orecchio dopo cinque minuti perché obbliga l’ascoltatore a un faticoso lavoro di decodifica.
Scegli bene chi vuoi essere.
Molti corsi di dizione ti insegnano a cancellare chi sei per renderti presentabile, ma la standardizzazione è la morte del personal branding.
Allena ila tua voce per farti capire, cura il ritmo per non annoiare, ma difendi le tue peculiarità nella pronuncia come se fossero il tuo logo.
Nel tuo podcast, smetti di fare l’autista in livrea: inizia a fare il pilota.
Leggere ad alta voce ci rende più intelligenti
(e ora la scienza ci spiega perché)
Leggere ad alta voce aumenta l’intelligenza.
Sì, avete letto bene.
Non è un vecchio adagio da nonni, né una frase motivazionale vuota.
In Mettiamoci la Voce® lo ripetiamo da sempre: la lettura ad alta voce è una pratica di cura, uno stimolo potente che accompagna la crescita e la relazione. È quel “qualcosa che fa bene” che sentiamo a pelle. Tutto vero. Ma oggi possiamo andare oltre l’intuizione e dire qualcosa di più preciso, e forse anche più scomodo per chi cerca solo scorciatoie tecniche: la lettura ad alta voce è cognitivamente potente.
E lo è in modo misurabile. Negli ultimi anni, la ricerca1 ha smesso di guardare alla lettura ad alta voce come a un piacevole accessorio e ha iniziato a studiarla come un intervento educativo strutturato.
I risultati? Interessanti è dire poco: sono letteralmente sorprendenti.
Quando la lettura diventa “palestra” per la mente
Immaginate di sostituire una parte della didattica tradizionale con la pura lettura. In alcuni studi condotti nelle scuole, è stato fatto esattamente questo. La lettura ad alta voce non è stata usata come premio a fine lezione, né come momento di relax, ma come tempo pienamente educativo.
Ogni giorno, con costanza (il segreto è sempre lì, nella pratica quotidiana), gli studenti hanno ascoltato storie lette dall’insegnante. Dopo alcuni mesi, i ricercatori non hanno trovato solo bambini più “rilassati”, ma hanno osservato miglioramenti significativi in abilità cognitive fondamentali: l’attenzione, la pianificazione, la capacità di organizzare le informazioni e di metterle in relazione tra loro.
Stiamo parlando delle fondamenta stesse dell’apprendimento, quelle competenze trasversali che sostengono tutto il resto, indipendentemente dalla materia scolastica.
Il dato che spiazza
Il passaggio che ci entusiasma arriva quando queste abilità vengono misurate con strumenti scientifici standardizzati, come la batteria CAS-2 per le funzioni cognitive.
Nei gruppi che avevano seguito programmi quotidiani di lettura ad alta voce, i punteggi sono migliorati in modo netto rispetto ai gruppi di controllo.
In tre studi randomizzati, condotti su scuole primarie e secondarie, dedicare circa un’ora al giorno all’ascolto di storie lette ad alta voce ha portato a un incremento reale nei punteggi di intelligenza.
Non stiamo parlando di opinioni, di “magia” o di sensazioni vaghe, stiamo parlando di dati misurati, confrontati e replicati. È la dimostrazione che lavorare con la voce e l’ascolto significa lavorare sulla struttura stessa del pensiero.
Perché ascoltare storie funziona così bene?
Qui torniamo al nostro approccio olistico: ascoltare non è mai un atto passivo. Quando ascoltiamo una storia letta ad alta voce, il nostro cervello è costretto a restare presente, “acceso”; deve seguire il filo narrativo, tenere insieme le informazioni, visualizzare i personaggi, costruire relazioni e immagini mentali in tempo reale.
Il linguaggio orale attiva processi profondamente diversi dalla lettura silenziosa: il ritmo, le pause, il respiro e la struttura del discorso aiutano la mente a organizzare il pensiero. In altre parole, la voce fa da guida cognitiva. Tiene insieme attenzione, memoria, immaginazione e comprensione in un unico gesto armonico.
Ed è questo il punto cruciale che ci sta a cuore: non è la difficoltà del compito a produrre l’effetto, ma la qualità dell’esperienza di ascolto.
Una nota importante
Salta all’orecchio un punto fondamentale, perfettamente in linea con la nostra filosofia: questi risultati non dipendono dall’avere una “bella voce” o dal “saper leggere bene” in senso attoriale.
Non servono voci impostate, interpretazioni teatrali esagerate o competenze tecniche da speaker radiofonico. Ciò che fa la differenza è la continuità. È la presenza. È il tempo dedicato alla relazione tra chi legge e chi ascolta.
Ancora una volta, la voce si rivela per quello che è davvero: non un semplice ornamento estetico, ma un potente strumento di pensiero e di connessione umana.
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Fonti citate
Batini, F., D’Autilia, B., Barbisoni, G., & Toti, G. (2024)
Reading Aloud and the Use of CAS-2 Battery to Assess Cognitive Skills Improvement
Education Research International
👉 https://doi.org/10.1155/2024/8868497