Serenità a voce alta

Scritto da 16/05/2026
la_musifavolista

Gli audiolibri salveranno la fantasia, podcast & attenzione, convenevoli, focaccia e caffè

Serenità a voce alta

Francesco Nardi

Sono molte le figure che hanno influenzato il mio modo di concepire, vivere e proporre l’Educazione nell’ambito della mia attività professionale.

Una di queste è senz’altro Maria Boschetti Alberti, pedagogista e maestra svizzera vissuta a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Mi piace parlare di lei perché sono sicuro che la maggior parte di noi avrebbe voluto averla come insegnante.

Ok, ok, sono di parte… Maria Boschetti Alberti usava tantissimo la voce come mezzo didattico e allora come fa a non esserci simpatica, qui a MLV? 😉

Pensate che nella sua scuola ogni mattina iniziava con la cosiddetta Accademia scolastica: veniva eletto un alunno presidente che fungeva da coordinatore e tutti potevano leggere a scelta racconti, poesie scritte da loro, cantare canzoni o altro per fare emergere lo stato d’animo di ognuno.

Poi la mattina proseguiva con i contenuti da apprendere, ed era previsto che gli alunni più grandicelli seguissero e guidassero i più piccoli (com’è che l’han chiamata più questo tipo di attività un sacco di tempo dopo quando han detto di averla scoperta? Ah, sì… Tutoring, l’hanno chiamata Tutoring).

Poi c’era sempre, ogni mattina, lo spazio per la maestra di leggere a voce alta le storie ai bambini, così che ognuno di loro potesse appassionarsi alla lettura a voce alta.

Nel pomeriggio poi si passava… all’Arte Oratoria (eh, prima o poi è bene imparare a parlare in pubblico). Era infatti prevista la Conferenza: ogni bambino diventa oratore per argomentare alla platea dei suoi compagni contenuti scelti liberamente fra quelli in programma. Eh, sì… c’era anche il dibattito alla fine (però dalle testimonianze pare che non s’annoiasse nessuno… Strano, no?!)

Ah, ovviamente un sacco di problemi con le autorità: in questo modo non si segue il programma!!!

Certo che non lo si segue: lo si supera! Ecco perché la nostra Maria riuscì a perseverare in questo suo modo di fare didattica: dai test dei funzionari scolastici i suoi bambini e le sue bambine erano nettamente più preparati ed educati dei loro pari età (“Chi di tabella ferisce, di tabella perisce”, ç’est la vie… le han volute loro).

La Scuola Serena, così aveva chiamato la sua scuola Maria Boschetti Alberti.

Serenità, Spontaneità e Libertà, questi i suoi cardini. Sentite cosa scriveva nel suo “Diario di Muzzano” del 1917: Io non ho un metodo, io non ho che un fine: la serenità. Io non ho che un mezzo: la libertà. Io non ho che una guida: il fanciullo.

immagine con regolare licenza Freepik by FiDIO

In sostanza, La serenità come fine (non il voto o il programma finito, ma lo stato d’animo di chi sta imparando), la libertà come mezzo (non una concessione, ma un diritto), il fanciullo come guida (è chi sta imparando il protagonista dell’apprendimento, non chi insegna).

Lei iniziava la sua giornata educativa con l’Accademia… Noi, nel nostro piccolo, ci piace pensare di continuarla con la nostra Academy.

Buona Educazione a tutti!


Ecco una proposta per l’articolo della newsletter di Mettiamoci la Voce, pensato per essere coinvolgente, professionale e con quel tocco di personalità che invita alla scoperta.

Audiolibri: una palestra per l’immaginazione

Valentina Ferraro

C’è un dato, nell’ultimo report Nielsen IQ e Audible, che dovrebbe farci drizzare le antenne (e le orecchie!): la sessione media di ascolto in Italia è salita a 27 minuti, per due volte a settimana.

27 minuti.
Più di un TedTalk.
Più di una puntata de La Tata, meno di una di One Piece.

Ma in quei 27 minuti la nostra attenzione è dedicata davvero all’ascolto?

I dati ci dicono che il 58% degli italiani ascolta audiolibri mentre fa altro. Ma è quel restante 42% di ascolto attivo che mi fa battere il cuore.
Quando l’ascolto smette di essere passivo, accade una magia neurologica: il cervello non si limita a decodificare suoni, ma diventa co-autore della storia. Letteralmente.

Parliamo di vividness: la capacità di costruire immagini mentali nitide, colori e volti che nessun regista potrà mai eguagliare. È il motivo per cui restiamo delusi dai film tratti dai libri: la “nostra” versione interiore, costruita parola dopo parola, è imbattibile perché ne abbiamo fatto un’esperienza emotiva più potente perché l’abbiamo co-costruita.

Un altro dato interessante? Il 52% delle persone acquista il libro cartaceo dopo averlo ascoltato. L’audiolibro è diventato la vetrina del settore editoriale.

Ma attenzione: questa è una lama a doppio taglio perché, se da un lato questo dato ci racconta di un super-potere, dall’altro ci parla di una trappola.
Te ne parlo meglio nell’episodio di Narratrice Nomade dedicato, e nella mia newsletter omonima, sempre qui su Substack 💜

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Podcast e attenzione: il problema non è solo il contenuto

Sandro Ghini

Uno smartphone sul tavolo, anche spento, può bastare a ridurre la nostra attenzione.

È il fenomeno chiamato Brain Drain: una parte delle nostre energie cognitive viene usata per ignorare il telefono, per resistere all’impulso di prenderlo, controllarlo, verificarlo.

Per chi produce podcast, questa cosa conta moltissimo.

Perché spesso la nostra voce arriva proprio da lì: dallo stesso dispositivo che ospita notifiche, messaggi, social, mail, urgenze vere e presunte.

E allora il punto non è solo fare un buon contenuto. Il punto è progettare un ascolto possibile.

Chi ascolta può distrarsi. Può perdere un passaggio. Può rientrare dopo qualche secondo. Per questo scrittura, voce e montaggio devono offrire appigli: una ripetizione ben dosata, un cambio di ritmo, una frase che riporta dentro.

Non sono trucchi. Sono cura dell’ascolto.

Nel primo numero di Podcast 3.0, parto da uno studio sull’impatto dello smartphone nella vita quotidiana per farmi e farci una domanda molto concreta: se il podcast vive dentro il dispositivo che ci distrae, come dobbiamo progettarlo?

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Perché oggi non basta chiedersi cosa dire: bisogna chiedersi come aiutare chi ascolta a restare con noi.

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