E il suo nuovissimo audiolibro Restiamo Intelligenti, in esclusiva su Audible.
In occasione del suo spettacolo a Genova, abbiamo incontrato Paolo Borzacchiello per parlare con cui di parole, lettura ad alta voce, audiolibri, linguaggio e cervello.
Per noi di Mettiamoci la Voce, questa conversazione è stata un’occasione rara. Chi lavora con la voce ogni giorno — leggendo ad alta voce, narrando audiolibri, formando alla comunicazione audio — sa che le parole non sono mai solo parole. Ma sentirlo raccontare con la precisione delle neuroscienze e l’onestà di chi si definisce ancora balbuziente è tutta un’altra esperienza.
Quella che segue è la rielaborazione tematica della nostra intervista a Paolo Borzacchiello, esperto di intelligenza linguistica e autore di numerosi libri sul rapporto tra parole, cervello e comportamento umano. Non un riassunto, ma un viaggio attraverso i temi che ha toccato, perché ciascuno di essi riguarda profondamente chi usa la voce come strumento di lavoro e di relazione.
“Contatto parola-cervello”: la chimica non chiede il permesso
Nell’intervista gli abbiamo fatto una domanda che ci sta molto a cuore: questi meccanismi si attivano solo quando parliamo, o anche quando leggiamo (o ascoltiamo) parole di qualcun altro?
La sua risposta è stata netta, e anche un po’ poetica (nel suo modo, molto concreto):
“Quando il cervello entra in contatto con una parola — scritta, letta, ascoltata intenzionalmente o ascoltata per caso, pronunciata a voce alta da noi stessi o pensata davanti allo specchio — in generale, quando c’è un contatto parola-cervello, puff, succede una magia… Non importa il modo: se la parola arriva, pam! Qualcosa succede.”
Non stiamo parlando di “positività” o “energia”, stiamo parlando di processi: immagini evocate, frame cognitivi, reazioni che hanno a che fare con la nostra esperienza corporea. E questo, se lavori con la voce, è un punto di non ritorno: perché significa che la voce è un gesto che lascia tracce.
Non a caso, nella presentazione torna una frase che ci rimbalza dentro e un po’ ci mette in guardia:
“Le parole non descrivono soltanto: producono chimica.”
Leggi ad alta voce e comprendi meglio, ma solo se ci sei davvero
Una parte dell’intervista ha toccato un tema che amiamo: la lettura ad alta voce. Non come performance “da palcoscenico”, ma come atto di attenzione intenzionale.
Parlando del fatto che spesso legge lui stesso i suoi libri, Borzachiello dice una cosa interessante: l’interpretazione (quando è onesta, non manierata) aumenta la comprensione, perché ti costringe a essere presente:
“Se letto in maniera espressiva con un po’ di partecipazione, aiuta a comprendere meglio perché c’è uno sforzo mentale dell’interpretazione… Se invece lo interpreti, sicuramente quello sforzo mentale te lo fa imparare meglio.”
E aggiunge un dettaglio che è puro pragmatismo e che smonta molte “tecniche” fatte male:
“Se fai come facevo io all’università… ripetevo i libri a voce alta convinto che questo mi facesse imparare meglio, ma nel frattempo non ero concentrato… anzi ti distrae, la mente vola via… Se invece lo interpreti… te lo fa imparare meglio.”
La parola chiave è sforzo; sforzo nel senso di impegno cognitivo attivo. Quando interpretiamo un testo dando corpo alle parole con il tono, il ritmo, le pause, l’intenzione, il cervello lavora di più, e quel lavoro in più fa sedimentare il contenuto a un livello più profondo, anche emotivo.
Borzacchiello racconta un’esperienza personale illuminante. Leggendo i suoi stessi audiolibri, ha scoperto qualcosa di inaspettato: interpretare a voce alta ciò che aveva scritto gli ha permesso di capirlo meglio.
“Nell’ultimo libro parlo ad esempio dei pezzi di cervello che parlano fra loro: ecco, dargli una voce — l’amigdala che parla in un modo, il nucleo accumbens che parla in un altro modo — interpretarli mi ha permesso di conoscerli meglio e quindi, in effetti, la lettura interpretata mi ha fatto accedere a un livello di comprensione molto più alto di quelle stesse cose che avevo scritto pure io.”
Questa è una testimonianza preziosissima: un autore che, attraverso la lettura ad alta voce, accede a una comprensione più profonda del proprio testo. Non succede per magia, succede per una ragione precisa:
“Devi essere lì, devi concentrarti, devi dare corpo alle parole e questo è uno sforzo cognitivo che però fa sedimentare, dal punto di vista anche emozionale ed emotivo, il concetto che hai appena letto.”
“Dare corpo alle parole”…se esiste una frase che condensa l’essenza della lettura espressiva, è questa. La voce non è un semplice veicolo che trasporta il testo: è il corpo che il testo indossa per diventare esperienza.
In poche parole, serve esserci. E quando ci sei, la voce diventa un modo per dare corpo al pensiero e rinforzare comprensione e, in potenza, memoria.
Contenuto e contenitore: Mehrabian, i “saltapicchi” e una verità scomoda
Arriviamo a un passaggio che ci è piaciuto perché è… liberatorio.
Ad un certo punto si cita il solito mito “alla Mehrabian”.
E lui ci dice:
“Pensa poverino, quanto ne parlano male per colpa di quattro sfigati che hanno letto male le sue ricerche, l’hanno divulgata e lui è sputtanato per sempre. Povero Mehrabian. Lui ci ha pure provato a dire no!”
Mehrabian non ha mai detto che il contenuto non conta. Ha dimostrato che quando c’è una discrepanza tra verbale e non verbale, tendiamo a dare più peso al non verbale. Un punto fondamentale, ma molto diverso dallo slogan che ne è uscito.
Poi entra nel punto chiave, che per chi lavora con la voce è fondamentale:
“Contenitore e contenuto dal punto di vista della percezione sono la stessa cosa. La cornice, il contenitore del contenuto quadro, diventa una cosa sola, non puoi distinguere una cosa dall’altra. Non puoi distinguere il pacchetto dal regalo; la parola con cui mi descrivo, da me stesso.”
E quando c’è un mismatch (dico una cosa “bella” con un tono che la contraddice), succede qualcosa di molto concreto:
“Secondo le ricerche circa 300 millisecondi tra il momento in cui io vengo contagiato da una parola e il mio cervello cerca di capire in che senso è stata detta.”
Trecento millisecondi è il tempo che il cervello impiega per passare dalla ricezione della parola alla sua interpretazione contestuale, processo che avviene nell’area di Wernicke. In quei 300 millisecondi, la parola ha già prodotto il suo effetto chimico. L’interpretazione arriva dopo.
Questo significa qualcosa di profondo: anche quando “capiamo” che qualcuno sta mentendo o esagerando, la parola ha già fatto il suo lavoro, il cervello ha già reagito. L’elaborazione razionale tampona, ma non cancella, e nel corpo ne rimane traccia.
Le parole che dici a te stesso ti cambiano davvero
Dal “come parliamo agli altri” al “come parliamo a noi stessi”, il passo è breve. E le conseguenze sono concrete.
Borzacchiello ce lo spiega con un esempio che tutti riconosceremo:
“Il problema è quando dici magari a te stesso davanti allo specchio ‘caspita, oggi sono proprio a pezzi’. Quel ‘proprio a pezzi’, essendo una metafora molto forte che attiva il nostro sistema di protezione interno, il sistema nervoso centrale che evita i pericoli, anche se poi lui capisce che stavi dicendo una cosa così per dire, che era una metafora, però intanto la parola è arrivata.”
Ecco il meccanismo: “sono a pezzi” non è un’espressione innocua. È una metafora corporea, il cervello la legge come un segnale di pericolo fisico. Reagisce prima ancora di capire che stai parlando in senso figurato, e quei famosi 300 millisecondi non bastano a compensare l’effetto innescato.
Una singola frase non fa danni particolari. Il problema è l’accumulo, la reiterazione del gesto linguistico.
“Tu che ti parli in quel modo, arrivi sul lavoro e cominci ‘Ciao come va? Guarda, uno schifo… distrutto… è una merda… e fa schifo… è brutto… a pezzi’. Tutto il giorno a sentire quelle cose lì, il cervello un po’ alla volta l’umore gli cambia, insomma ecco.”
Non è la singola parola, è la somma. Un’intera giornata immersi in un linguaggio negativo -il nostro e quello degli altri- cambia gradualmente lo stato chimico del nostro cervello. Non servono insulti o traumi con la /t/ maiuscola: bastano le piccole metafore quotidiane, ripetute senza consapevolezza, per spostare l’ago dell’umore e dell’energia.
Per chi lavora con la voce, questa consapevolezza è doppiamente importante. Siamo esposti alle parole più di chiunque altro: le leggiamo, le pronunciamo, le ascoltiamo tutto il giorno. Il modo in cui scegliamo le nostre parole — non solo sul microfono, ma nella vita di tutti i giorni — è una forma di igiene tanto quanto il riscaldamento vocale o la cura dell’ambiente sonoro.
“Restare intelligenti” non è diventare “super in tre settimane”
Nelle ultime domande gli abbiamo chiesto di raccontarci l’Original. E qui arriva uno dei passaggi più in linea con il nostro modo di vedere la formazione: niente trucchetti veloci, niente formule magiche.
“Restare intelligenti vuol dire sapere le cose come stanno davvero. Se tu ti bevi la frottola per cui diventi il super figo di una cosa in tre settimane, il cervello purtroppo ci crede ma poi non diventi più intelligente, diventi più frustrato.”
Questo è un punto che vale per la comunicazione, per la crescita personale e, sì, anche per la voce: accettare il percorso con i suoi tempi. A seconda di come siamo fatti e di quanto tempo dedichiamo alla pratica, possono volerci mesi oppure anni, ma un cambiamento strutturale che si consolida nel nostro essere è -decisamente-preferibile ad un effimera e illusoria sensazione di cambiamento che svanisce al risveglio.
Se lavori con la voce, stai lavorando con qualcosa che non è solo suono: è esperienza corporea. D’altronde non parliamo sempre di asse corpo-voce?
Ecco perché ci interessa Restiamo intelligenti: perché parla di linguaggio, sì, ma lo fa ricordandoci che il linguaggio è un gesto incarnato che ti cambia, che cambia l’altro e che crea fiducia o difesa nella relazione.
Restiamo intelligenti. La scienza delle interazioni umane è un Audible Original, disponibile in esclusiva su Audible.it. Otto capitoli (circa 45 minuti ciascuno) che attraversano neuroscienze, psicologia e linguaggio, con un tono scientifico ma accessibile, diretto e senza filtri, e con un obiettivo chiaro: smontare miti e false credenze e offrire alternative concrete.
E poi c’è un dettaglio che, da artigiani del suono, non possiamo ignorare: la voce dell’autore. perché in questo caso la voce dell’autore è quella che meglio può condurre il testo, senza alcun dubbio.
E prima di chiudere, ti lasciamo una micro-pratica (senza incantesimi):
- scegli una micro-frase che dici spesso in automatico (a te stesso o agli altri)
- ascoltala davvero: che immagini evoca? che “frame” attiva?
- poi prova a riscriverla (non “più positiva”: più precisa, più vera, più utile)
Perché sì: le parole producono chimica, e proprio per questo possiamo imparare a usarle con più cura.
