L'imperfezione nella lettura espressiva

Scritto il 11/01/2026
da la_musifavolista

Quanto ha valore, quanto le voglio bene e quanto ci ricorda che siamo voci vere, umane e imperfettamente perfette

Giorni fa cazzeggiavo sui social e mi è spuntato nel feed il “colore dell’anno” secondo Pantone, tale Cloud Dancer, un bianco sporco stile nuvole nel cielo.

Inizialmente ho sorriso, perché amo le nuvole e i loro colori, ma in un nano-secondo ho sentito una fortissima attivazione dentro il petto, un paio di battiti in più e una leggera costrizione nella gola: qualcosa stava stridendo e aveva bisogno di uscire in parole.

Così mi sono seduta e ho tirato fuori questo sentire scomposto:

  • il fatto che il colore dell’anno sia una forma di bianco, che tradizionalmente indica la pace, fa a cazzotti con tutta la tristezza, la rabbia e l’impotenza provate durante questo difficilissimo anno fatto di conflitti, morti, stragi e genocidi.
    Mi arriva quasi come un dire “va beh dai, ora tutto a posto” e questo mi fa male da qualche parte nel basso ventre

  • il fatto che il colore dell’anno sia un non-colore…beh mi fa un po’ cadere la mascella, specie se pensiamo al fatto che stiamo perdendo i colori, in generale.
    Ne parlavamo ultimamente io e Sandro, constatando il fatto che le automobili ormai sono solo bianche, nere e grigie e, dopo un po’, abbiamo visto spuntare diversi articoli che parlavano della stessa cosa (qui uno su zai.net)

  • il fatto che, per quanto sporco, il bianco è anche un colore che parla di perfezione, stride con il mio vivere la voce degli ultimi anni: colorata, rumorosa, legittimata a farsi sentire in tutta la sua imperfezione;

  • il fatto che il bianco sia spesso e volentieri il colore degli ospedali mi fa pensare ai mesi di ricovero e alle migliaia di visite fatte dal 1999 ad oggi e (a quante ancora ne dovrò fare finché campo) e poi il solo pensare di vestirmi di bianco mi fa venire l’ansia al pensiero di macchiare il vestito, sporcarlo e farlo sembrare dismesso o trasandato. Ammiro chi lo fa, ma io non riesco proprio a immaginare di dover passare più tempo a pulire qualcosa affinché rimanga immacolata rispetto al tempo in cui indossarla (ciao Giulia, se mi leggi sappi che ti voglio bene e sono felice della mia palette 🫶).

Con il 2026 ricominciamo a parlare anche dei dintorni della voce e del far voce, ti va?

Da tre anni ormai sono docente fissa in Mettiamoci la Voce Academy di lettura espressiva, espressività vocale e lettura per l’audiolibro, e ho a che fare quasi quotidianamente con voci di ogni tipo che sentono il bisogno fortissimo di sentirsi -e farsi sentire- belle.

Ora, se mi conosci un po’ sai che a me il concetto di bella voce fa salire il crimine perché mal sopporto che il far voce venga ridotto ad un mero estetismo [per quanto l’estetica abbia la sua parte importante nella performance] e quindi lungi da me il parlare di perfezione nella voce.

E tu ora potrai dirmi “ma scusa, se parli tanto di tecnica e allenamento vocale, come fai a dire che non vuoi parlare di perfezione?

La tecnica, come atletismo e gioco, è la risorsa principale che compone le fondamenta del nostro uso professionale della voce, ma la perfezione è qualcosa di molto distante dal gesto predominante a cui miriamo: quello della relazione tra le persone.

Lo sa chiunque canti e chiunque usi la voce in ambito professionale: la tecnica si studia e si usa in allenamento, le regole si studiano e poi si infrangono -in parte- per tirare fuori la propria sensibilità, il proprio mondo interiore o per tradurre in voce una storia, un testo e quindi un mondo da condividere con chi ascolta.

La tecnica costruisce le potenzialità della nostra voce, l’imperfezione ne esalta l’identità e il relativo sentire.

Senza tecnica saremmo solo imprecisione, tentativo o meteora (quanti/e professioniste/i hanno perso il proprio timbro precocemente per un uso improprio dello strumento?).

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Con la tecnica siamo la migliore versione del nostro suono, in qualunque ambito. E lo siamo proprio grazie all’imperfezione che ci consente di restare umani, anche in voce.

Serve definire allora cosa può vivere nell’imperfezione e cosa, invece, diventa errore?

Sì, nella ridotta misura in cui possiamo farlo, distinguere tra imperfezione ed errore aiuta a capire ciò che faticosamente cerco di esprimere.

Come sai ho una rosa di voci che per me sono il non-plus-ultra della narrazione, tra cui la mitica Chiara Leoncini (che ho avuto il piacere immenso di intervistare in una puntata di Narratrice Nomade).

Se studi lettura espressiva la ascolti leggere e pensi “oh mio dio, ma è un drago a leggere!” -ed è così- ma ciò che personalmente apprezzo di più nelle sue registrazioni sono i respiri (che in alcune post non le hanno trattato eccessivamente), le rare volte in cui scivola o quando si porta a casa l’intenzione musicale anche se era partita in maniera imprecisa.

Per qualcuno, in certe letture, “è troppo veloce” ma anche questa sua caratteristica per me è fenomenale [posto che non è “troppo veloce”: riesce a modulare la velocità a piacimento e quando spinge sull’acceleratore è comunque così pulita e precisa dell’intelligibilità che, signory miei, non le si può dire proprio nulla-nulla-nulla] perché fa parte del suo modo di restituire il testo, di cantare il testo.

In generale nelle voci adoro sentire i respiri naturali, ogni tanto mi garbano anche piccole imprecisioni di ortoepia, le scivolature quando magari la narratrice/il narratore è a fine turno e l’articolazione comincia a gridare vendetta; adoro sentire i cambi di tono tra i cambi turno, nel dopo pausa o magari quando la rec riprendere dopo un fermo di tot tempo.
Mi rincuore sentire se, ad un certo punto, è subentrato un raffreddore e c’è una modifica timbrica, e mi diverte sentire queste cose nelle orecchie perché mi ricordano che dall’altra parte del microfono c’è un persona vera, con la sua sensibilità in voce.

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Personalmente adoro alla follia i bloopers e i commenti alla lettura (che conservo gelosamente durante le riprese, sia mie che di altre voci) perché sono momenti di incredibile vitalità, che portano fuori una serie di sfumature vocali che diversamente non avrebbero spazio nella resa del testo.

Ecco, nell’imperfezione vive tutto questo.

Vive una plosiva scappata alla post, i respiri di ogni natura, le inevitabili scivolature da stanchezza, vivono i tempi di recupero, la voce che non funziona, il “oggi devo fare una pausa in più perché sono a pezzi”, vivono il tempo lento della ripresa rispettosa e l’arte applicata della scelta del tono più efficace per quel pezzo/personaggio lì.

Nell’imperfezione vive l’identità della persona, dell’artista che si mette al servizio del prodotto editoriale e ne diviene parte e ingranaggio.

Nell’imperfezione c’è spazio per le emozioni, per il coinvolgimento, per la relazione.

Diversamente, definisco errore ciò che manca di tecnica e cade nell’uso improprio deliberatamente e/o per ignoranza.
Una voce che non sa distinguere tra narrato e personaggi, una voce che non articola, la mancata conoscenza dell’ortoepia, la voce che non tiene perché non sa lavorare e non perché sia stanca, i respiri da nuotatore perché “l’allenamento è per altri, io ho il dono naturale” (ciao amicaoh, ci rivediamo al prossimo fonotrauma) e tutta quella serie di attitudini che rivelano che chi sta al microfono non ha la più pallida idea di come si usi lo strumento.

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Dunque, come vedi, nel mio mondo ideal [cit. Alice] c’è una netta distinzione tra imperfezione ed errore, che rende la prima un valore aggiunto e il secondo un grosso problema quando reiterato e normalizzato in ambito professionale.

Errore a parte, dunque, l’imperfezione è indispensabile per sentire (in ogni senso) il contatto con chi sta leggendo, seppur distante nel tempo e nello spazio.

Ecco perché il bianco non lo voglio e non posso associarlo all’arte cui mi dedico e mi formo dal 2016, perché non posso accettare il concetto di perfezione in un prodotto umano.
La perfezione -o presunta tale- lasciamola alle fatture artificiali.

Chissà se tutto questo ha senso anche per te, ne ha?
Cosa pensi a riguardo?
Anche tu hai uno strano rapporto con il bianco e con la perfezione?

Se mi rispondi qui ti leggo super volentieri


Sono Valentina, sul web “La Musifavolista”

Vocal coach per cantastorie: voce parlata, lettura espressiva e canto.
Produco e narro audiolibri per case editrici, faccio tutoring e regia al leggio, sono tecnico di post-produzione di audiolibri e sono la quarta parte di Mettiamoci la Voce®.
Ho ideato e conduco i Circle Reading® Laboratori di Voce e Lettura Creativa.

Sono endorser per Flare Audio e uso i loro Calmer® per convivere con l’alta sensibilità uditiva -probabilmente misofonia- e questo link è con affiliazione perciò, se fai acquisti da qui, mi offri un caffè ☕️

Ho un canale Youtube +5.9k, mi ascolti nel podcast Narratrice Nomade, legato a questa newsletter; ascolti le mia Letture Viandanti ogni giorno su Radio MLV.

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