C’erano una volta due sorelle…
di Francesco Nardi
C’erano una volta due sorelle che chiamavano Rosa e Carolina…
Erano un po’ strane, quelle sorelle! Bizzarre, si potrebbe dire. Pensate, si erano messe in testa di fare le maestre di scuola e fin qui niente di strano: era un mestiere da femmine, quello. Però le cose si complicarono perché volevano lavorare insieme, fianco a fianco. Provarono a spiegarglielo che non si poteva. Una classe, una maestra! Cioè, sì, a volte poteva capitare che una classe fosse composta di bambini di età diversa, quindi di fatto una classe era in pratica diverse classi… Oh, ma insomma: “Ci vuole una maestra per ogni classe, mica due!”, “Ah, certo, abbiamo capito” risposero le sorelle (all’unisono sembra di sentirle) “Ma state tranquillo, Direttore! Noi non parlavamo di una singola classe… Noi intendevamo l’intera scuola!”
Il direttore, che di nome faceva Pietro, Pietro Pasquali, ebbe un mancamento. No, ma non perché il Regio Regolamento non lo permettesse, o perché eravamo ancora a Fine Ottocento, no! Ebbe un mancamento perché intuì (intuì, segnatevela questa parola) che davanti a lui non c’erano due sorelle visionarie: c’erano due sorelle con una grande visione pedagogica. Una visione pedagogica che lui, da illuminato direttore, colse al volo. “No, ma sai che c’è?” si disse “qui mica siamo a Roma, a Napoli o a Milano, dove tutti i responsabili scolastici hanno il fucile puntato dalla Santa Inquisizione Didattica…”. Non aveva tutti i torti. La scuola si trovava infatti in una piccola borgata della Valle del Garza in Lombardia e aveva un curioso nome: Nave.
Nomen omen, da lì Rosa e Carolina salparono e fondarono a stretto giro di posta, a Mompiano, sempre in provincia di Brescia, la Scuola che le rese famose in tutto il mondo.
L’intuizione, e non un metodo standardizzato, divenne il marchio di fabbrica di Rosa e di Carolina. Di fatto, con il loro Museo delle cianfrusaglie, anticiparono il concetto di pensiero divergente, battezzato per la prima volta dallo psicologo americano Joy Paul Guilford negli Anni ’50 del secolo scorso come la capacità di produrre soluzioni multiple e originali a un problema, contrapponendola al pensiero convergente (che ricerca, a contrario, una sola risposta corretta). Il Museo delle cianfrusaglie si riempiva di giorno in giorno di tutti quegli oggetti, improponibili altrimenti, che avevano attirato l’attenzione dei bambini. Chi portava un bottone, chi una foglia, chi addirittura un pezzo di pane con quella forma così strana… “Ebbene, bambini, secondo voi questo pezzo di legno che ha raccolto Carlo, cosa vi ricorda? Cosa potrebbe diventare…?”
Ah, come ci si divertiva a Scuola con la Maestra Rosa e la Maestra Carolina… Tanto da farsene venire la nostalgia da adulti contrariamente al solito. Non a caso, quella di Mompiano, Rosa e Carolina l’avevano chiamata Scuola materna.
E nel 1968, con la Legge N. 444, vengono istituite in Italia le Scuole materne (attualmente denominate Scuole dell’infanzia, prima tappa del percorso di istruzione formalizzato, 3-6 anni).
Che maestre… le Sorelle Agazzi.
Altro che cianfrusaglie da buttare via!
MLOL si trasforma 🎊
In MLV siamo del parere che la letteratura debba sempre essere accessibile.
Siamo forti sostenitori del lavoro delle biblioteche, che noi per primi frequentiamo spesso e volentieri; il concetto stesso del libro in prestito, del libro di tutti, delle storie di tutti è quanto di più democratico e poetico si possa più concepire in ambito culturale.
Ed è per questo che il rinnovamento annunciato da MLOL ci sembra interessante da raccontare: perché quando l’accesso ai contenuti diventa più semplice, più chiaro, più accogliente, non cambia soltanto un’interfaccia, cambia l’esperienza di chi legge, ascolta, cerca e scopre.
Dall’8 aprile arriva una nuova versione di MLOL Reader, con un sacco di novità e migliorie:
home page ripensata
gestione più comoda delle liste
nuove possibilità per prorogare o restituire alcuni prestiti digitali
una maggiore attenzione all’accessibilità.
Dal 15 aprile debuttano invece i nuovi portali MLOL, pensati per rendere più intuitiva la navigazione, più personale la relazione con i contenuti e più immediato il dialogo tra lettori e biblioteche.
Troverai tutto, dal 15 aprile, nel sito www.medialibrary.it.
La “vetrina” servirà per presentare agli utenti le declinazioni del servizio MLOL: biblioteche pubbliche e scolastiche, aziendali e universitarie, i progetti di digital humanities. Per ogni declinazione, una variante della “O” nel logo e una palette di colori differenti.
Il sito non avrà solo una funzione commerciale: la funzione “Trova il tuo portale” consentirà a ogni cittadino di scoprire se la propria biblioteca aderisce al servizio e come accedervi.
Molti utenti, infatti, faticano a ricordare l’indirizzo del proprio portale MLOL, a volte non sanno nemmeno che la propria biblioteca offre un servizio di prestito digitale.
E qui c’è un punto per noi importante: le biblioteche non sono semplicemente luoghi in cui si conservano libri, ma presìdi culturali, sociali e civili, spazi che tengono insieme comunità, curiosità, formazione e diritto di accesso alla conoscenza. In un mondo sempre più digitale, il rischio non è solo che cambino gli strumenti, ma che si perda per strada proprio quel valore pubblico che le biblioteche custodiscono da sempre.
MLOL, invece, va nella direzione opposta: rende possibile mantenere vivo quel servizio, traghettandolo nel presente senza snaturarlo, anzi ampliandone la portata. Permette alle biblioteche di continuare a essere un punto di riferimento anche quando l’incontro con i contenuti passa da uno schermo, da un’app, da un accesso remoto.
E questa, per noi, non è una questione tecnica: è una questione culturale.
Significa fare in modo che il patrimonio, le storie, i libri, gli ascolti e le risorse restino raggiungibili, condivisibili, vivi, anche dentro le abitudini nuove del nostro tempo.
La qualità dell’esperienza non è un dettaglio tecnico, ma una forma di cura.
Vale per una voce che legge, vale per un podcast costruito bene, vale anche per gli spazi digitali che ci accompagnano verso un contenuto.
Quando la tecnologia si fa strumento di accessibilità sempre più concreta, allora succede qualcosa di meraviglioso: la fruizione si alleggerisce, la scoperta si apre, l’incontro con le storie diventa più naturale e il ruolo culturale delle biblioteche può continuare a respirare anche online. Per questo seguiremo con curiosità questi cambiamenti: perché ogni volta che si migliora il modo in cui le persone arrivano alle parole, ai libri, agli ascolti, si migliora anche — almeno un po’ — la qualità della relazione che possiamo costruire con loro.
Fonte: https://blog.mlol.it/2026/03/23/mlol-2026/
Leggere per stare bene
Quando parliamo di lettura ad alta voce, pensiamo subito alla comprensione, al linguaggio, alla scuola, insomma all’utilità pratica e cognitiva della lettura espressiva.
C’è un altro livello, più profondo, che a noi sta molto a cuore: la lettura ad alta voce come spazio di regolazione emotiva.
Una voce che legge non trasmette solo parole: può contenere, può rassicurare, può dare forma a un tempo condiviso in cui chi ascolta si sente accompagnato.
E no, non è soltanto una bella immagine.
La ricerca1 ci dice che la lettura condivisa ha effetti che vanno oltre l’apprendimento: può incidere sul comportamento, sull’equilibrio emotivo e sulla qualità della relazione tra adulto e bambino.
Meno agitazione, più possibilità di stare bene
Uno studio pubblicato su Pediatrics ha osservato che programmi pediatrici basati sulla promozione della lettura condivisa e del gioco hanno prodotto, nei bambini, una riduzione dell’iperattività all’ingresso a scuola, con effetti mantenuti nel tempo e più forti quando l’intervento proseguiva anche nella fase prescolare.
Un altro lavoro, sempre guidato da Weisleder e colleghi, mostra anche come questo possa accadere: le interazioni di lettura e gioco migliorano la stimolazione cognitiva, riducono lo stress nella relazione genitore-bambino e, attraverso questa strada, sostengono esiti comportamentali migliori.
In altre parole non cambia solo “quanto il bambino impara”, ma anche come sta dentro la relazione.
La lettura condivisa non è solo un’attività: è una forma di presenza.
Quando un adulto legge ad alta voce, offre molto più di una storia. Offre ritmo, continuità, attenzione, contatto sonoro.
Per questo possiamo dire che la voce, nell’esperienza della lettura condivisa, può diventare una sorta di punto fermo emotivo: un riferimento affidabile da cui il bambino può avvicinarsi anche a emozioni complesse — paura, attesa, gioia, tristezza — senza esserne travolto.
La lettura ad alta voce può sostenere
l’autoregolazione, cioè la capacità di gestire impulsi e stati interni;
le competenze socio-emotive, come riconoscere e attraversare ciò che si prova;
la relazione, perché chi legge e chi ascolta abitano per qualche minuto uno spazio di attenzione esclusiva.
Questi benefici emergono in modo chiaro dentro contesti intenzionali, strutturati, in cui la lettura condivisa viene sostenuta come pratica relazionale e non lasciata al caso. Nel caso del Video Interaction Project, per esempio, l’intervento avveniva in ambito pediatrico e rafforzava le interazioni positive tra adulto e bambino attraverso libri, gioco e osservazione guidata.
Questo ci conferma una cosa che diciamo spesso anche noi: il contesto è parte del messaggio.
In un mondo saturo di rumore, fretta e stimoli continui, ritagliare un tempo per leggere insieme non è un lusso bensì una pratica di presenza, quasi un gesto di igiene sonora ed emotiva, per usare espressioni che sentiamo profondamente vicine.
Leggere ad alta voce non serve solo a far crescere futuri lettori.
Serve anche a costruire persone più ascoltate, più contenute, più allenate a riconoscere ciò che sentono.
Perché una storia letta ad alta voce non offre solo contenuti nozionistici o narrativi, offre la presenza dell’altra persona, l’ascolto, lo spazio del contatto.
Spesso il messaggio più importante vive proprio nella relazione che la voce rende possibile.
In fondo, leggere a qualcuno significa dire e agire: “Sono qui. Ti dedico tempo, attenzione, respiro. Ti dedico la mia voce.”
La storia di Eugenie
Esce oggi la seconda storia de “Il Clan delle Cicatrici, storie vere di ordinaria violenza di genere” dell’Avvocata Silvia Bardesono, prodotto da Impronte Vocali ETS con Mettiamoci la Voce.
Si intitola “Eugenie” ed è la storia di una donna che ha perso tutto in una notte — una gamba, tre fratelli, sua madre — e che ha scelto di ricostruire partendo da ciò che il mondo aveva scartato. Le sue mani, un pezzo di copertone e una volontà più forte della devastazione.
Ascoltalo sulla tua piattaforma preferita o guardalo su YouTube
Ascolti la radio?
Perché non ascoltare anche la nostra?
Ascolta Radio MLV, la radio che racconta storie 🎧
L’unica web radio in cui trovi assaggi di libri, audiolibri interi, racconti e le letture ad alta voce delle/gli academist che hanno così uno spazio tutto loro in cui farsi sentire 💙
Sì perché Radio MLV è il nostro piccolo posto felice: no-profit, senza pubblicità, zero algoritmi e tutto il bello della relazione attraverso la lettura.
La trovi per iOs , Android e WebApp 📱
Per fare voce con noi
MLV (Mettiamoci la Voce) è un collettivo di professionisti dedicato alla lettura espressiva e la narrazione audio.
Formazione per narratori di audiolibri e donatori di voce.
Produzione di audiolibri e podcast.
Divulgazione su voce, lettura espressiva e comunicazione.
Vuoi unirti alla nostra Academy?
scuola.mettiamocilavoce.it/Vuoi proporti come voce narrante per noi?
Fallo solo da questo link (non via mail)Vuoi produrre il tuo audiolibro o il tuo podcast con noi?
Per l’audiolibro scrivi a valentina@mettiamocilavoce.it
Per il podcast scrivi a sandro@mettiamocilavoce.it
